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Scritto il 23 gennaio 2015 Da In Città, In Evidenza, Luoghi, Zibaldone Con 808 Views

Da Vobarno alla Siria. Lo Jihadista della porta accanto e l’integrazione mancata.

I tragici fatti di Parigi hanno riportato attenzione sulle storie di chi, cresciuto in italia, si è arruolato per la jihad.  Tra queste storie c’è quella di Anas, un ragazzo di ventuno anni cresciuto nel bresciano e che ora si trova in Siria a combattere contro l’esercito di Assad.

La storia di Anas è stata raccontata da molti. Una storia che descrive un ragazzo in sospeso tra il desiderio di appartenenza alla comunità in cui vive e il mondo delle origini, di cui non può che ricordare poco. Anas si trasferisce in Italia all’età di sette anni, quando con la madre raggiunge il padre a Vobarno. Frequenta regolarmente le scuole studiando per diventare elettricista. Diventa un cantante di musica rap piuttosto conosciuto nella scena locale, tanto da essere intervistato da Mtv in un documentario del 2012 (“Nel Ritmo di Allah: La storia di Mc Khalifh”).

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E’ proprio in questo documentario che Anas descrive il suo rapporto con l’Italia, prima dichiarando: “Amo l’Italia, amo il tricolore”, poi accusando gli italiani di discriminarlo: “È un blocco nella tua vita, sei sporco per loro”. E ancora, in un’altro documentario di Mtv, lamentandosi di vivere tra i monti “con Heidi”, dove “Heidi a volte è razzista”.

Ad un certo punto la svolta. Nonostante l’arabo stentato Anas inizia a leggere testi coranici. Entra in contatto tramite il web con gruppi Jhiadisti e arriva a fondare in Italia “Sharia4Italy”. Nel giugno del 2013 viene arrestato dalla Digos di Brescia con l’accusa di terrorismo internazionale ma viene scarcerato alcuni giorni dopo dal tribunale del riesame per mancanza di prove. Un mese dopo parte per la Siria e apre un profilo su facebook dal nome “Anas al Italy”, dove posta foto in cui appare armato con dei Kalasnikov. Poi il profilo viene chiuso e si perde ogni sua traccia.

La scorsa settimana la sua storia viene ripresa da Servizio Pubblico, che ha trasmesso un video di una decina di minuti su Vobarno, il paese in cui Anas è cresciuto. L’ipotesi, non dichiarata ma tuttavia evidente, è quella del legame tra disagio giovanile, mancata integrazione e rifugio nell’estremismo religioso.

La giornalista ad un certo punto chiede: “Anas era un ragazzo integrato?”. Bella domanda. Non conosco personalmente la sua storia, ma conosco, per esserci cresciuto, la Valle Sabbia. Ed è di quella che vorrei parlare, perché dopo aver visto quel servizio mi sono interrogato su quali siano le occasioni di integrazione, l’atteggiamento degli italiani, lo sforzo delle istituzioni per creare un clima di convivenza in questi luoghi di provincia.

Sicuramete la Valle Sabbia è anche quella che emerge dal reportage di Servizio Pubblico: ignoranza, pregiudizio e chiusura. Lo dimostrano le interviste ai Giovani Padani, i ragazzi del movimento giovanile della Lega Nord. Uno di essi afferma: “Perché tu per forza devi aprire una moschea, non puoi magari venire in chiesa con noi?”, mostrando un’idea di integrazione che coincide con l’assimilazionismo puro. Ancora, dalle sue parole, parrebbe che i flussi migratori influenzino la situazione economica e non viceversa: “E adesso, da quando ci sono loro, sembrerebbe che sia tutta crisi”. Insomma, porterebbero via il lavoro agli italiani. Un altro ragazzo parla di “razzismo al contrario”, perché nella moschea mancherebbe un estintore mentre “nell’azienda dei suoi” se manca qualcosa scatterebbe subito la multa. Limitarsi, come sembrerebbe normale, ad invocare un’uguale appliccazione della legge sarebbe troppo politically correct evidentemente.

Sarebbe sbagliato non prendere sul serio queste affermazioni liquidandole come folklore o come semplice ignoranza. Quelle espresse dai giovani padani sono opinioni diffuse e popolari, che necessariamente influenzano l’azione delle istituzioni. Quel partito, la Lega Nord,  è lo stesso che sta amministrando la regione, la provincia (almeno finchè è esistita) e molti comuni ormai da anni. Quei giovani saranno i prossimi assessori e sindaci che dovranno decidere anche sulle politiche di integrazione.

La Valle Sabbia è però anche altro. In una piccola valle il contatto forzato è più facile che in una grande periferia, e in alcuni casi può aiutare a superare i pregiudizi. Esistono tanti casi di storie di integrazione nate nelle fabbriche, sui banchi di scuola o tra compagni di squadre di calcio. Esiste anche l’attività di gruppi che promuovono il dialogo interculturale, come il “Comitato Sopra la Panca”, che alcuni anni fa organizzò una manifestazione (la più partecipata in valle dai tempi delle lotte operaie degli anni ’70) per denunciare alcune iniziative a sfondo razzista del sindaco di Gavardo.

Insomma, le persone, come un po’ ovunque (ma forse un po’ di più) sono in maggioranza chiuse. Non tutte, ma troppe.

Quello che manca, a mio avviso, è lo sforzo delle istituzioni per creare occasioni di dialogo e incontro. Occasioni necessarie per superare i pregiudizi e per conoscersi reciprocamente. La scuola non riesce più ad essere un fattore di integrazione, o per lo meno non a sufficienza, in parte perché non ha più i mezzi per proporre qualsivoglia attività extracurriculare, e in parte perché genera una nota divisione di classe dopo le medie (al liceo quelli che vengono da famiglie ricche o istruite, alle professionali gli altri). I comuni potrebbero fare molto, ma spesso sono amministrati dal centrodestra e smantellano quanto di buono esiste. (A Gavardo, i primi atti del mandato del sindaco di centrodestra sono stati la chiusura del centro giovani e della consulta stranieri. Complimenti).

La provincia si rivela un luogo abbastanza desolato in cui la buona volontà di pochi si scontra con la chiusura di molti e delle istituzioni. Un interrogativo rimane: con più democrazia, più apertura e  più diritti*, Anas sarebbe ugualmente partito per la Siria?

 

 

* Espressione pronunciata dal premier norvegese Stoltenberg dopo la strage di Utoya, quando affermò che il paese avrebbe reagito, appunto, con “più democrazia, più apertura, più diritti”.

 

 

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