L'esecito federale scorta all'ingresso della scuola i "little rock nine"

Scritto il 1 dicembre 2014 Da In Cultura, Dal Mondo, In Evidenza, On the Road Con 2121 Views

Sessant’anni dopo Brown vs. Board of Education. Il lungo percorso dell’integrazione razziale negli Stati Uniti.

Brown vs. Board of Education. L’inizio della desegregazione nelle scuole americane.

Poco più di sessant’anni fa, il 17 Maggio 1954, la Corte Suprema degli Stati Uniti pubblicava la sentenza Brown v. Board of Education, decretando l’incostituzionalità della segregazione razziale nelle scuole pubbliche di tutta la nazione.

Fino al 1954, la Corte aveva seguito la dottrina chiamata separated but equal – ovvero “separati ma uguali”- da essa elaborata sessant’anni prima nella sentenza Plessy v Ferguson, quando aveva confermato una legge della Lousiana che prevedeva carrozze separate per bianchi e neri sui treni. La Corte, con un’interpretazione restrittiva dell’equal protection clause del quattordicesimo emendamento, aveva così dato il via ad una lunga stagione di segregazione razziale in ogni ambito della vita pubblica, inclusa l’educazione.

Verso la metà degli anni trenta la National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) contestò la legalità della segregazione nelle scuole pubbliche con una serie di azioni giudiziarie. Nel 1952 la Corte Suprema acconsentì ad eseminare contemporaneamente cinque casi che mettevano in discussione la dottrina separated but equal nelle scuole elementari e superiori. I casi provenivano tutti da distretti in cui le condizioni delle scuole per bianchi e per neri erano fortemente diseguali. In uno di questi, proveniente da un distretto dalla South Carolina, le scuole per i bianchi erano fatte di mattoni e avevano un insegnante ogni 28 bambini. Quelle per neri erano di legno e avevano un insegnante ogni 47 bambini.

Quando i casi vennero esaminati per la prima volta i giudici della corte si trovarono in disaccordo. Per questo motivo, la decisione venne rimandata all’anno seguente. Il giudice William Duglas scriverà nella sua autobiografia: “Quando la questione è stata presentata alla corte nel 1952, solo quattro di noi sentivano (felt) che la segregazione fosse incostituzionale. Se la decisione fosse stata presa quell’anno, cinque giudici avrebbero sostenuto che la segregazione nelle scuole fosse costituzionale, che le diverse condizione delle scuole fossero incostituzionali, e che gli stati avrebbero solamente dovuto migliorare le condizioni delle scuole dei neri così da renderle equiparabili a quelle dei bianchi”.

Nell’estate del 1953 il presidente della Corte Suprema Fred Vinson morì per un infarto. Il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower nominò l’allora governatore della California, Earl Warren, come nuovo presidente. Warren, dopo notevoli sforzi, riuscirà a convincere tutti giudici ad esprimersi contro la segregazione nelle scuole. Nonostante nel sistema costituzionale americano le decisioni della corte possano essere prese a maggioranza, Warren era consapevole che il processo di desegregazione avrebbe incontrato forti resistenze. Anche la sola opinione discordante di un giudice avrebbe potuto fornire un pretesto per gli stati del sud per opporsi all’applicazione della sentenza.

Il 17 Maggio 1953 la Corte pubblicò la sentenza, redatta direttamente dal presidente Warren, nella quale si afferma che “sistemi d’istruzione separati sono per essenza diseguali” e che per questo motivo i ricorrenti “sono stati privati dell’uguale protezione della legge”. Per sostenere la propria tesi, e per riuscire a raggiungere l’unanimità tra i giudici, la sentenza cita direttamente i dati di alcuni studi sociali che dimostrano gli effetti psicologici negativi della segregazione sull’apprendimento dei bambini. Warren scrive che “separare dei bambini da altri della stessa età, solo a causa della propria razza, genera un senso di inferiorità riguardo al loro status che è improbabile che scompaia.” La segregazione nelle scuole era stata dichiarata incostituzionale, ma la sua eliminazione de facto richiederà ancora molti sforzi.


La difficile attuazione dei principi di Brown vs. Board of Education.

Nel 1957 la NAACP dell’Arkansas iscrisse nove studenti in una scuola della capitale, la Central High School di Little Rock. Il primo giorno dell’anno scolastico miglia di manifestanti protestarono contro il tentativo di porre fine alla segregazione. Il governatore dello stato, Orval Fabus, ordinò alla guardia nazionale di impedire l’ingresso a scuola dei nove afromericani. Il governatore motivò la sua decisione sostenendo che con essa stesse cercando di “preservare la pace”. La situazione attirò l’attenzione di tutti gli Stati Uniti e si trasformò ben presto in una crisi politico-costituzionale.

Dopo il fallimento di alcuni tentativi di mediazione, il presidente Eisenhower il 23 Settembre inviò a Little Rock la 101st Airborne division dell’esercito degli Stati Uniti e tolse il controllo della Guardia Nazionale dell’Arkansas dalle mani del suo governatore. Finalmente il 25 Settembre i Little rock nine poterono varcare la porta dell’edificio scolastico, scortati dalla truppe federali, e frequentare tutte le lezioni della giornata.

L’Arkansas non fu il solo stato ad opporsi alla desegregazione. Quasi dieci anni dopo Brown v. Board of Education, l’Università dell’Alabama era frequentata solo da studenti bianchi. Le iscrizioni degli studenti afroamericani erano state sempre scoraggiate tramite intimidazioni o respinte sulla base di presunte mancanze dei requisiti. Tuttavia, nel 1963 tre studenti afroamericani riuscirono ad ottenere da un giudice federale un provvedimento per iscriversi all’università dell’Alabama.

All’inizio dello stesso anno venne eletto governatore dell’Alabama George Wallace, che pronunciò un tristemente celebre discorso programmatico il cui apice fu la dichiarazione: “segregation today, segregation tomorrow, segregation forever”. Per mantenere fede alle proprie promesse elettorali, Wallace ingaggiò un’azione provocatoria che lo vide rimanere fermo sulla porta dell’auditorium dell’università dell’Alabama, cercando di impedire l’ingresso degli studenti neri il giorno dell’immatricolazione.

La situazione ancora una volta si risolse con l’intervento del potere federale. Il generale Henry Graham, su ordine del presidente J.F Kennedy, intimò al governatore Wallace di farsi da parte e permettere agli studenti di colore di varcare le soglie dell’Università.

In quegli stessi anni Marthin Luther King guidava il movimento per i diritti civili, che portò all’approvazione del Civil Rights Act del 1964. Con questa legge federale il congresso vietò le discriminazioni basate sulla razza in ogni ambito della vita pubblica, dall’educazione alle registrazioni per il voto, passando per le discriminazioni in ambito lavorativo.

 

Verso l’uguaglianza sostanziale: la nascita e il successo delle azioni positive.

Il tema dell’eguaglianza ormai occupava uno spazio centrale nel dibattito pubblico statunitense. Nel giro di poco iniziò a farsi largo l’idea che i torti del passato andassero riparati con azioni specifice (anche dette azioni positive). Il presidente Lyndon Johnson con l’ordine esecutivo 11246  richiederà per la prima volta a certe organizzazioni beneficiarie di fondi federali di prendere specifiche misure per aumentare la percentuale di dipendenti appartenenti a minoranze.

Negli anni successivi furono sempre di più gli ambiti della vita pubblica in cui leggi federali o statali previdero azioni positive. Naturalmente anche l’ambito dell’educazione venne interessato dalle azioni positive, e molte università inizierono a tenere conto della razza nel valutare le domande di ammissione. Tuttavia, le azioni positive incontrarono forti resistenze, che si trasformarono ancora una volta in battaglie giudiziarie. La Corte Suprema infatti affrontò numerosi ricorsi di cittadini bianchi che ne sostennero l’incostituzionalità, sulla base che la costituzione fosse color blind, cieca nei confronti dei colori della pelle, e non accettasse quindi nessuna distinzione di razza. L’argomento che cinquant’anni prima fu usato per combattere la segregazione venne usato da coloro che si opposero a misure volte a raggiungere l’uguaglianza sostanziale.

Nel 1978 la Corte Suprema dovette affrontare il caso di uno studente bianco escluso dalla facoltà di medicina dell’Università della California a causa di un programma di azioni positive che prevedeva posti riservati agli studenti afro americani. La decisione della corte è ricordata come una delle più travagliate in assoluto: i nove giudici scrissero sei diverse opinioni, nessuna delle quali interamente supportata dalla maggioranza. Il principio alla base delle azioni positive tuttavia venne salvato e la corte, pur rifiutando un sistema rigido di quote, sostenne che la razza può essere presa in considerazione per fondare delle azioni specifiche volte a favorire una minoranza.

Nei due decenni successivi moltissime università implemetarono programmi di azioni positive: non potendo prevedere dei sistemi rigidi di quote, l’appartenenza a minoranze venne valutata insieme ad altri fattori in un giudizio olistico delle domande di ammissione, volto a garantire la “diversità” del corpo studentesco.

 

L’inizio del declino delle azioni positive.

Verso la fine degli anni ’90 le azioni positive entrarono in crisi. I conservatori iniziarono a sostenere che non fossero più necessarie e  foraggiarono un numero crescente di azioni legali che ne metteva radicalmente in discussione il principio. A causa delle nomine effettuate dai presidenti repubblicani, l’orientamento della corte suprema divenne maggiormente conservatore e la giurisprudenza sulle azioni positive cominciò a mutare.

Nel 2003 la corte suprema dichiarò incostituzionale il sistema di selezione dell’Università del Michigan, che prevedeva l’attribuzione di alcuni punti extra ai candidati Afroamericani, ispanici e nativi americani. Nonostante la corte, in linea con la precedente giurisprudenza, sostenne che la razza può essere tenuta in considerazione nel processo di selezione degli studenti, considerò l’attribuzione di punti come un meccanismo troppo rigido e “sproporzionato” rispetto al fine da raggiungere.

Nel 2006 la corte, che nel frattempo era virata ancora più a destra con la nomina del giudice Alito, dichiarò incostituzionale un piano di “integrazione volontaria” nei distretti scolastici di Pittsburgh e Lousville, dove un meccanismo automatico (che teneva conto di vari fattori, tra cui la razza) evitava che alcune scuole presentassero percentuali troppo elevate di studenti solo bianchi o solo neri. Ancora una volta, la corte ritenne che il mezzo utilizzato per raggiungere l’integrazione e garantire la diversità non fosse proporzionato rispetto al fine. In una breve e tagliente dissenting opinion, il giudice Brentan scrisse: “La corte è cambiata significamente […] era un tempo molto più fedele a Brown e ai suoi precedenti. E’ mia più ferma convinzione che nessuno dei membri della corte a cui mi sono unito nel 1975 avrebbe concordato con la decisione di oggi”.


L’integrazione razziale nelle scuole di oggi.

Nonostante i numerosi sforzi a favore dell’integrazione razziale, le scuole americane di oggi presentano ancora numerose differenze. Quest’anno il Department for Education’s Office for Civil Rights ha pubblicato un analisi effettuata con dati raccolti nell’arco di 15 anni nelle 97’000 scuole pubbliche americane. Gli studenti neri sono sospesi con una frequenza tre volte superiore a quella degli studenti bianchi. Un quarto delle scuole superiori frequentate prevalentemente da neri e latinos non offre un corso di Algebra avanzata, mentre un terzo di quelle scuole non offre nemmeno un corso di chimica. Gli studenti neri hanno una probabilità quattro volte superiore di quelli bianchi – mentre i latinos due volte – di frequentare scuole dove un quinto dei docenti non ha tutti i requisiti richiesti dallo stato per insegnare.

Tuttavia l’uguaglianza nelle opportunità, uno dei capisaldi su cui si fonda la narrativa americana, non sembra essere più al centro del dibattito pubblico. La situazione attuale è ben descritta dalla parole di un professore di Yale che, conversando sul tema, recentemente mi ha confidato: “In America siamo stati giustamente ossessionati per anni dal tema dell’uguaglianza, abbiamo lottato e ottenuto l’uguaglianza formale: in nessuno stato è più possibile discriminare. Oggi però la disuguaglianza è imposta dalle differenze sociali ed economiche. Ci sono quartieri e scuole per ricchi, e quartieri e scuole per poveri. Nessuno però ne vuole più parlare, è come se ci fossimo stufati, come se volessimo lasciarci il problema dell’integrazione alle spalle e credere che lo abbiamo risolto”.
Insomma, sembra che a sessant’anni da Brown vs. Board of Education gli Stati Uniti non abbiano ancora trovato la strada per raggiungere una piena integrazione razziale e, forse, non la stiano nemmeno più cercando.

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