banksy - charlie

Scritto il 10 gennaio 2015 Da In Dal Mondo, In Evidenza Con 488 Views

Charlie è morto, lunga vita a Charlie!

Per coloro che fanno satira, al pari dei poeti, la vita che si staglia è circondata da una grande solitudine. Per coloro che aderiscono a quella pulsione incontrollabile di farsi beffa di tutto e tutti, perché di ogni cosa non solo si può, ma è lecito e doveroso ridere, se questo può permetterci di farne emergere le problematiche, le ipocrisie, i crimini, la scelta obbligata è un salto nel vuoto. Un vuoto immenso, in cui tutto ciò che accade viene scomposto, filtrato, divorato, per poi essere digerito e defecato sotto la forma di arte.
Al pari dei poeti, essi esercitano il loro grande sguardo attento sul mondo, per trasformarlo in arma. Un’arma che non ferisce, ma difende, un’arma che protegge soprattutto loro stessi dai grandi lanternoni da cui gli altri sembrano essere invece abbagliati.
Non è una scelta facile quella di farsi beffa dell’esistente. Porta infatti coloro, che dell’esistente fanno parte, a odiare i giullari, o come è accaduto in questi giorni, a spezzargli le ali.
Sono come gli uccelli e al pari dei poeti. Sorvolano in solitaria ciò che accade, spinti da questo acume non comune, e guardano oltre i muri sicuri delle case della gente, per scovare, scrutare, comprendere, quello che gli altri non riescono a vedere: gli immensi orrori su cui dorme e sui cui hanno dormito le civiltà di ogni tempo.
Come si fa, a quel punto, a non scoppiare a ridere?
Ignorare tali orrori rende gli altri sicuri, ma per loro vorrebbe dire tradire il proprio occhio, e dunque se stessi. La reazione più normale sarebbe urlare, correre fuori, fare qualcosa. Ma poi ti scopri solo, piccolo, impotente. Il mondo marcirà e rinascerà anche senza il tuo intervento. E allora che fai? Ridi, non può far altro che scoppiare a ridere.
La satira ci tiene svegli, ci aiuta a restar vigili, a non farci travolgere da irrazionali e pericolosi entusiasmi. Allena il nostro spirito critico, consegnandoci una bussola che possiamo usare in ogni momento e che non dovrebbe mai farci perdere la strada.
Anche quando troviamo la satira di cattivo gusto, non dobbiamo cedere al nostro bieco senso dell’orgoglio, perché una volta offende noi, una volta qualcun altro, ma ogni giorno pizzica una marea di esseri che si stanno addormentando.
Essa è la maggior forma di democrazia possibile. Per questo nessuno tocchi il matto, nessuno uccida il giullare! Quando questo accade, è il segno che la libertà di ognuno si trova in pericolo.
E in quel momento, come sta accadendo in questi giorni, una miriade di campane iniziano a suonare. E’ sintomatico che così tante persone si siano sentite in dovere di dire “Je suis Charlie”. E’ come se i più abbiano percepito dentro se stessi la sacralità del buffone ucciso. Forse gli stava pure antipatico, ma sentono che non è più la stessa cosa ora che esso non può più continuare a parlare.
E’ vero che non siamo tutti Charlie, perché le ali le hanno in pochi. E’ vero che non tutti lo siamo, perché molti di noi gli tapperebbero la bocca. Ma è bello lo stesso dirlo, urlarlo, mostrarlo, è come rispondere a un fremito generalizzato, uno scossone che tutti noi abbiamo ricevuto nel vedere il buffone appeso, morto, decapitato, e aver pianto, perché zittito lui, moriva una parte di noi. Quella sveglia.
Ora Charlie è morto, ma nasceranno altri buffoni. E quando rideranno, sarà nostro compito proteggerli, perché il giorno che non sentiremo più il loro riso, vorrà dire che in qualche modo i prossimi saremo noi.

Charlie è morto, lunga vita a Charlie!

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