"Tu sei Birdman!"

Scritto il 23 febbraio 2015 Da In Cinema, Cultura, In Evidenza Con 603 Views

Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

Una black comedy ambientata a New York che racconta la storia di un attore in declino – famoso per aver in passato interpretato un mitico supereroe – alle prese con le difficoltà e gli imprevisti della messa in scena di uno spettacolo a Broadway che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso.

Sì, ok. Questa è la presentazione che trovi sulla brochure del Multisala (le cui assurde politiche di marketing mi costringono a visioni in orari impensabili per dei capolavori che loro ritengono “di nicchia”) e che, come sappiamo, lasciano spesso molto a desiderare. Come questa, per l’appunto. E non ti invitano affatto a guardare il film.

Ora cambiamo prospettiva e guardate qui:

Birdman non è un racconto. Birdman è un’esperienza. Il regista non ci narra la storia da una telecamera esterna, ma spesso ce la mostra proprio attraverso gli occhi dei protagonisti: con le loro emozioni, con i loro stati d’animo, con la loro visione del mondo, con i loro colori, con le loro voci. Questo film è un lungo viaggio assieme all’ego di Riggan (Michael Keaton), alla fragilità di Sam (Emma Stone), alle menzogne – seppur a fin di bene – di Jake (Zack Galifianakis), alle debolezze di Mike (Edward Norton) ed alla frustrazione della critica, rappresentata da Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), rigida giornalista del New York Times.

Ma a me questi film dove si fa il pippone contro la critica, non piacciono. Cioè, uno è libero di dire ciò che gli piace e ciò che non gli piace. A me, ad esempio, questo film non è piaciuto: secondo me è un filmettino, abbastanza pesante, ed è stato molto sopravvalutato.

È proprio questo, ciò che il regista, Alejandro González Iñárritu, critica attraverso il film: la critica, le etichette, il “questo non mi piace, quindi è brutto”. Il dialogo – meglio, il monologo – che Riggan intraprende con la giornalista, ci spiega esattamente questo: quel critico non sa che il fiore è solo un fiore, perché si limita a classificarlo e a minimizzarlo, a quantificarlo e qualificarlo, a valutarlo e a ridicolizzarlo, senza ricordarsi che un fiore è solo un fiore, e non deve avere per forza un significato recondito. Così come questo film è solo un film.

Avete notato che l’unica scritta chiaramente distinguibile e leggibile in tutto il film è quella appesa sullo specchio del camerino di Riggan, ad inizio pellicola? Se non ci avete fatto caso, ve la riporto io: A THING IS A THING, NOT WHAT IT SAYS ABOUT THAT THING.

Birdman o (l'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

Se la metti così sembra un capolavoro assurdo, mentre io non ho visto niente di veramente interessante. Va bene, non mi fermo a cercare un significato o un contenuto, ma filmicamente parlando non è un granché.

Mentre guardavi il film, non hai avuto una sensazione di affaticamento degli occhi? O una sensazione di oppressione nel respiro? Qualcosa che ti abbia tenuto in tensione, fisicamente, senza che ci fosse una scena particolarmente intensa?

È così, ne sono certo.

E se non hai ben capito il perché, te lo spiego io: Birdman è un esperimento cinematografico. Parla di un uomo volante e il regista ci mostra la storia come se fosse un volo: la telecamera non è mai ferma, è sempre in movimento, fluida, attraverso corridoi, scale, stanze, scene – quelle stanze e quei corridoi che in due ore abbiamo imparato a conoscere e riconoscere, seguendo lo sguardo di Riggan attraverso il teatro – senza nemmeno un taglio. Sì, hai capito bene: non ci sono tagli. Questo film è un unico lunghissimo ininterrotto piano sequenza. Ed è una cosa mai fatta prima. E non solo la vista resta impegnata costantemente nel seguire gli occhi del protagonista, perché anche le orecchie sono sovraccaricate di suoni e di rumori veri, reali, proprio come se stessimo ascoltando dalla testa del personaggio: i suoni della strada, il parlare delle persone, i brusii delle stanze attigue, il rumore di passi che si avvicinano; persino le musiche sono state integrate nella scena, tanto che compaiono le radio o i musicisti che stanno suonando e che interagiscono con la narrazione in un condensato di film e metafilm che non fa capire bene quando stiamo guardando e quando stiamo vivendo.

Ma per fare questa cosa hanno piazzato gente a caso anche quando non serviva. E poi non è vero che è tutto un piano sequenza: alla fine lo tagliano.

Non c’è nulla a caso, in questa pellicola. Anche quando vediamo personaggi in luoghi assurdi, è una scelta ben chiara: il personaggio li vede. Come noi vediamo attraverso i suoi occhi i suoi superpoteri (che attraverso le esperienze degli altri personaggi riconosciamo essere solo deliri di schizofrenia), allo stesso modo viviamo le sue sensazioni.

E per quanto riguarda il piano sequenza, è vero, viene interrotto, ma solo per dare una cesura e una ellissi, assolutamente necessarie. Per dirlo con le parole del regista, Riggan Thomson è un uomo che ora si sente come una cometa in fiamme e 30 minuti più tardi si sente come una medusa morta.

Sarà. Però mi lascia perplesso. C’è da dire che gli attori sono indubbiamente bravi: Edward Norton è bravissimo e l’attore di Batman, quello che fa il protagonista, è un grande.

Esatto! Michael Keaton è un grande, grandissimo attore. Che ha interpretato in maniera spettacolare ed assolutamente indimenticabile il primo grande supereroe a calcare gli schermi cinematografici. Quello stesso attore che si è poi rifiutato di girare l’ennesimo seguito, dopo il 1992. Quello stesso attore che ha poi recitato in moltissime altre pellicole, sia comiche che drammatiche, senza riuscire a scrollarsi di dosso l’eredità del cavaliere oscuro, tanto che ancora adesso, quando lo incontrano, chiedono una foto con il vero Batman e non con l’attore Keaton.

Ora sostituite le parole Michael Keaton, Batman e cavaliere oscuro rispettivamente con Riggan Thomson, Birdman e l’uomo volante.

Siete ancora convinti che ci sia qualcosa lasciato al caso, in questo film?

Forse hai ragione. Ma il finale?

Ma il finale è il finale. E non dice niente riguardo al film.

Siediti, goditi (o rigoditi, se l’hai già visto) questo capolavoro e arriva alla fine senza chiederti “perché?”.

Devi solo guardare.

Anzi, devi viverlo.

E arrivato alla fine, dovresti solo chiederti: “Come siamo finiti qui?

 

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